Caroline, No

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Non c’è cccibbbbo - dice Ramiro come lo dice quando raddoppia le doppie più del dovuto.

Vai a fare la spesa? - gli domando.
Non posso adesso, magari dopo.
Una scusa, penso, ma non lo dico - vado io (questo lo dico).

Esco e l’aria è fredda.
È già inverno cazzo. Forse lo dico ad alta voce ma non ne sono sicuro. Tanto non c’è nessuno intorno a me e mi sento un po’ come l’albero che cade nella foresta ma non c’è nessuno che lo sente quindi si può dire se ha fatto rumore?
Vado al Pam di via Padova un po’ scocciato per il freddo.
Entro e sento una canzone che mi arriva nelle orecchie come uno schiocco di dita.
È “Caroline, no” dei beach boys.
Questa cosa è surreale perché fa freddo, perché è arrivato un inverno così improvviso che io non me ne sono nemmeno accorto che l’ultima volta che ci penso era capodanno scorso e che il Pam di Via Padova è già tanto che trasmetta della musica in filodiffusione e, se lo fa, di solito è tutta musica molto tamarra. In questi minuti molto anonimi della mia vita invece stanno facendo sentire un pezzo di uno dei miei gruppi preferiti - l’ultima traccia del lato B di Pet Sounds - in filodiffusione senza bassi.
È un pezzo che mammamia è bello, più che bello, è così leggero che il pavimento diventa morbido e io comincio a girare con le 4 frecce tra le corsie del cibo, prendendo tutto quello che mi serve col pilota automatico ma ignorando cosa stia mettendo nel cestino della spesa. Tutto quello a cui penso è quante frasi possono diventare quelle due parole miodio.
C’è la nebbia fuori e la luce del neon è rilassante come un tramonto.

“Caroline no”, il titolo.
E poi penso a “Carol I know”. Cazzo. Prendo il limone che mi serve e “Caroline knew”? “Caroline new”, burro e ravioli.
“Carol I knew”, pane in busta.
“Caroline you”, qualcosa di rosso.
“Carolineno”, plastica dura.

Mamma è una sensazione che per spiegarla dovrei farvi sentire la pelle d'orca che c'ho mentre scrivo.

Sono alle casse.
Non so neanche come ma per poco non sbatto contro una famiglia peruviana davanti a me.
La madre è un po’ scocciata perché la figlia piccola prende l’ovetto kinder e lo mette sulla cassa. Lei quindi lo riprende e lo rimette a posto.
Il padre nemmeno guarda perché sta svuotando il carrello per mettere la spesa sul nastro.
La figlia prende ancora l’ovetto, spavalda.
La madre si sta arrabbiando ma tace. Lo rimette a posto.
La figlia di nuovo.
La madre ribatte.
Ancora la figlia.
Ancora la madre.
Pausa.
La figlia ci prova, un’ultima volta

CAROLAIN!!! NO!!!

Dice la madre e io sento la pelle d’oca di prima che ritorna ed è più potente di prima. Sento che potrei lasciarmi cadere al l’indietro come l’albero con la testa su un lavabo. Se esistesse un dio, scenderebbe in questo momento con tanti ovetti kinder e delle forbici così anch’io potrei tagliarmi i capelli.

Poi dei cani correrebbero davanti al pam per inseguire un treno a vapore che fischia.

Dudu

Ruota panoramica

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Il mestiere del musicista è davvero curioso, a volte è bello pensarlo come un’enorme ruota panoramica. Tutto parte da un’intuizione, da una voce impercettibile che ti frulla per la testa. Se riesci ad ascoltare questa voce e a farla risuonare, allora stai scrivendo una canzone. Poi arriva sempre la parte in cui devi trovare il modo migliore per, in qualche modo, “vestire” la canzone e cercare di racchiudere la sua essenza in una specie di scatola: è un po’ questo quello che avviene in uno studio di registrazione. Aprire la scatola e condividerla con voi è l’obiettivo finale.

Abbiamo finito il percorso del nostro ultimo disco “Manifesto Tropicale” dopo un tour intenso, pieno di palchi, gente, crescita, viaggi e sorprese impensabili. Quando ci si trova in quella situazione l’adrenalina è davvero tanta, è all’apice. È appunto simile alla sensazione di ritrovarsi a vedere il mondo dall’alto di una ruota panoramica. La vertigine fa parte di questa sensazione di grandezza, dove senti di potere fare qualsiasi cosa, come se tutto il mondo fosse lì, tutto davanti ai tuoi occhi, più piccolo, più “afferrabile”.

Una volta che raggiungi il punto più alto della ruota però, inizia inevitabilmente la discesa, graduale, riflessiva e nostalgica. In quel momento ti mancano da impazzire le ore passate in furgone, gli Autogrill con i panini preriscaldati e i giocattoli un po’ inutili dei cestoni, la stanchezza fisica e mentale che ti fa ridere anche per la più infima cazzata. Ti manca la gente, il casino di tutte quelle voci, la curiosità di tutte quelle orecchie che sono venute sotto il palco solo per sentire da vicino quella musica che li ha colpiti prima in modo virtuale, attraverso i fili di quelle vecchie cuffie ormai consumate. Centinaia di gambe si sono alzate, hanno preso la macchina e hanno corso sotto il palco solo per avere la conferma che quella musica esiste davvero, respira, è reale davanti agli occhi di tutti.

Ogni volta che un tour finisce e si torna a casa, sembra che sia finita la festa più grande delle nostre vite. Da quel momento in poi inizia la metà bassa della ruota, nella quale inizi a enucleare nuovi sogni, a vivere nuove cose, ad avere nuove idee e finalmente a scrivere cose nuove. Abbiamo iniziato a scrivere e a registrare nuova musica ormai da qualche mese, quindi diciamo che adesso la ruota panoramica inizia a portarci di nuovo su piano piano.

Al contrario del momento della discesa, qua la nostalgia dà spazio all’euforia e alla voglia pazza di condividere tutto questo con il mondo, o meglio, con voi. Abbiamo un sacco di cose da raccontarvi, ci vediamo in cima!

Ramiro